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        <title><![CDATA[Faidda Tech Lab — Blog]]></title>
        <link><![CDATA[https://faiddatechlab.com/feed.xml]]></link>
        <description><![CDATA[Gli articoli del blog di Faidda Tech Lab]]></description>
        <language>it-IT</language>
        <pubDate>Tue, 06 Oct 2026 10:00:00 +0200</pubDate>

                    <item>
                <title><![CDATA[Piazzi e la matematica dei pianeti]]></title>
                <link>https://faiddatechlab.com/blog/articoli/piazzi-e-la-matematica-dei-pianeti</link>
                <description><![CDATA[<p>Palermo, 1801. La notte del primo gennaio, un prete di sessant'anni sta catalogando stelle. Sta cercando la posizione della costellazione del Toro quando nota un puntino che pensa non dovrebbe esserci, colorato come Giove ma troppo piccolo per esserlo. La notte dopo lo cerca di nuovo. Si è spostato. Lo osserva e ne annota la posizione per quarantuno notti, marcando un arco di appena tre gradi di cielo. Poi lo perde, dietro il bagliore del Sole.</p>
<p>Quel prete si chiamava <strong>Giuseppe Piazzi</strong> e dirigeva l'Osservatorio Astronomico di Palermo, che fondò lui stesso undici anni prima. Quel puntino oggi si chiama Cerere, il primo asteroide mai identificato. Cerere riapparirà mesi dopo agli occhi di Piazzi.</p>
<h2>L&#039;ingegno arriva dove un telescopio non vede ancora</h2><p>A questo punto la storia lascia Palermo e va a Braunschweig, in Germania, da un ventiquattrenne molto bravo a fare i calcoli, se avete un po' di dimestichezza in campo matematico lo conoscete... Carl Friedrich Gauss. Piazzi gli porta i suoi quarantuno giorni di osservazioni, appena poche decine di punti su un arco minuscolo e Gauss ci costruisce sopra un metodo nuovo per determinare un'orbita completa da dati incompleti e rumorosi. Non estrapolazione a spanne: un sistema che diventerà la base dei minimi quadrati, uno degli strumenti più usati ancora oggi in statistica e in machine learning quando serve stimare un parametro da osservazioni parziali.</p>
<p>Il 31 dicembre 1801, l'astronomo Franz Xaver von Zach punta il telescopio esattamente dove il calcolo di Gauss dice di guardare. Cerere è lì.</p>
<figure class="post-content-media"><img src="https://faiddatechlab.com/storage/5440955a-1abf-44c2-a010-b43bcf978ccc.gif" alt="Frontespizio Della scoperta del nuovo pianeta Cerere Ferdinandea" loading="lazy" decoding="async" /><figcaption>Frontespizio Della scoperta del nuovo pianeta Cerere Ferdinandea</figcaption></figure><p>Con pochi dati sporchi ma con un metodo matematico per trasformarli in una previsione affidabile, Piazzi, nel 1801, da Palermo scopre Cerere.</p>
<h2>Un osservatorio fondato ante litteram da chi voleva costruire in Sicilia</h2><p>Piazzi non era siciliano. Nato in Valtellina, arrivato a Palermo per insegnare matematica e finito a costruire da zero il primo osservatorio astronomico d'Italia. Gli strumenti arrivavano da Londra su una nave che rischiava di affondare. Malgrado questo, li fece funzionare, catalogò settemila stelle prima ancora di inciampare in Cerere e la scoperta più importante dell'astronomia italiana dell'Ottocento porta l'indirizzo di Palermo scritto sopra.</p>
<p>Piazzi non ha avuto bisogno di nascere in Sicilia per fondare l'infrastruttura scientifica più avanzata dell'isola. Gli è bastato deciderlo.</p>
<h2>Il pianeta si è trovato, l&#039;osservatorio si è perso</h2><p>Cerere si è ritrovata. L'osservatorio di Palermo, dopo Piazzi, ha faticato a restare al centro dell'astronomia mondiale come lo era stato per quei pochi anni. L'infrastruttura tecnica c'era, il talento pure. Quello che si è disperso in fretta è stata la rete internazionale che per un momento aveva collegato un telescopio a Palermo con un calcolo a Braunschweig e i calcoli col resto d'Europa.</p>
<p>Il pianeta lo si è ritrovato in fretta perché la rete in quel momento, aveva funzionato. Tenerla in piedi dopo è un altro mestiere. Ed è quello su cui la Sicilia continua a incespicare, allora come oggi.</p>
]]></description>
                <author><![CDATA[Andrea Bondì]]></author>
                <pubDate>Tue, 06 Oct 2026 10:00:00 +0200</pubDate>
                            </item>
                    <item>
                <title><![CDATA[L'amico che sa riconoscere i testi dell'AI vi sta mentendo: la verità sul watermarking]]></title>
                <link>https://faiddatechlab.com/blog/articoli/lamico-che-sa-riconoscere-i-testi-dellai-vi-sta-mentendo-la-verita-sul-watermarking</link>
                <description><![CDATA[<p>Vi sarà oramai capitato più volte di leggere un testo online e chiedervi: &quot;ma se fosse stato scritto con l'AI?&quot;. Tranquilli, non siete i soli. Con il miglioramento repentino della qualità di scrittura dei Large Language Models (LLM) e la loro capacità di adattarsi a stili di scrittura molto diversi tra loro, il dubbio che ad aver scritto l'ultimo articolo del vostro giornale o blog preferito non sia stato l'autore citato ma Claude o ChatGPT non è solo legittimo, ma inevitabile.
E vi anticipo che almeno fino ad oggi questo dubbio è destinato a rimaner tale, con buona pace dell'amico che con sicurezza serafica dichiara di saper riconoscere la &quot;firma dell'AI&quot; già dalla prima riga di testo.</p>
<p>Ma come faccio a dirlo? In questo articolo parliamo della tecnica attualmente più in auge per riconoscere testi scritti con l'AI: il watermarking, e del perchè quest'ultima non ci dia ancora sufficienti sicurezze.</p>
<h2>Che cos&#039;è un watermark?</h2><p>Un watermark (letteralmente: &quot;filigrana&quot;) è una firma inserita all'interno di un file. Può essere visibile o invisibile e serve ad attestarne la provenienza o, nel nostro caso, se è stato o meno generato dall'AI.
Se consideriamo il caso di un'immagine, è facile immaginare di inserire una firma invisibile al suo interno, ad esempio cambiando leggermente la tonalità di alcuni pixel seguendo un pattern impercettibile per l'uomo, ma riconoscibile da un computer.</p>
<p>Nel caso di un testo scritto, però, questo processo non è così immediato. In questo caso gli unici mezzi che abbiamo a disposizione per inserirvi una firma sono i caratteri del testo stesso. Possiamo immaginare di inserire una firma scritta, ma un autore che ha utilizzato un LLM per scrivere il suo testo potrebbe semplicemente rimuoverla prima di pubblicarlo. Altre tecniche prevedono invece l'inserimento di spazi o caratteri invisibili, ma anche in questo caso rimuoverli è un processo facilmente automatizzabile per un computer.</p>
<p>Dunque, che fare?</p>
<h2>Il soft watermarking</h2><p>Dei ricercatori hanno introdotto la tecnica del &quot;soft watermarking&quot; per ovviare al problema del riconoscimento dei testi scritti dall'AI (<a href="https://proceedings.mlr.press/v202/kirchenbauer23a.html">Kirchenbauer et al. 2023</a>). In particolare questa permette agli LLM che la implementano di inserire un watermark invisibile nel testo che producono, permettendo di conseguenza alla piattaforma su cui quel testo verrà pubblicato di verificare velocemente e accuratamente se sia stato o meno generato dall'AI.</p>
<p>Per spiegarne il funzionamento dobbiamo fare un breve passo indietro: come sappiamo gli LLM compongono le loro risposte per step, parola per parola, scegliendo ogni volta come continuazione di quello che hanno già scritto una tra le parole con più alta probabilità rispetto ai dati che hanno visto durante l'addestramento.
Perchè non scegliere sempre la parola con probabilità più alta? Perchè così facendo ad una stessa domanda ripetuta corrisponderebbe la stessa identica risposta, e questo non è sempre quello che vogliamo. Ci precluderemmo risposte più inaspettate ma comunque corrette, come una soluzione più &quot;creativa&quot; ad un problema o un'email di risposta un po' meno passivo-aggressiva per il nostro capo.</p>
<p>Il soft watermarking funziona suddividendo il vocabolario (la lista di tutte le parole a disposizione dell'LLM per continuare la propria risposta) in parole &quot;verdi&quot; e &quot;rosse&quot;. Questa suddivisione è pseudo-casuale, ovvero può essere ripetuta identicamente se si ha a disposizione lo stesso codice (&quot;chiave&quot;) utilizzato per effettuarla la prima volta. Ad ogni step le parole contrassegnate come verdi o rosse cambiano a seconda della chiave e della parola precedente.
Il watermarking avviene dunque forzando l'LLM a dare priorità, tra le parole con probabilità più alta, a quelle che in quel determinato step sono verdi per comporre le proprie risposte. La piattaforma che riceve il testo potrà dunque utilizzare la chiave e il testo stesso per verificare, parola per parola, quali fossero quelle verdi e quelle rosse al momento della generazione. Se conterà una grande maggioranza di parole verdi allora quel testo verrà segnalato come scritto dall'AI, altrimenti come senza watermark (o scritto da un umano).
Secondo i test effettuati dagli autori, grazie a questa tecnica si è in grado di riconoscere un testo scritto dall'AI nel 99.8% dei casi.</p>
<p>Niente di paragonabile all'amico citato in introduzione, ma comunque un ottimo risultato.</p>
<p>Problema risolto, no?</p>
<figure class="post-content-media"><img src="https://faiddatechlab.com/storage/62fa5ad4-ca0d-4f46-aa56-660831975bed.png" alt="Differenza in termini di parole &quot;verdi&quot; e &quot;rosse&quot; tra un testo prodotto da un LLM con sistema di soft watermarking e uno senza. (Kirchenbauer et al. 2023)" loading="lazy" decoding="async" /><figcaption>Differenza in termini di parole &quot;verdi&quot; e &quot;rosse&quot; tra un testo prodotto da un LLM con sistema di soft watermarking e uno senza. (Kirchenbauer et al. 2023)</figcaption></figure><h2>Come aggirare un watermark</h2><p>Beh... no. Per applicare questa tecnica è necessario che gli LLM che generano il testo la implementino, e mentre è possibile regolamentare i maggiori provider (Anthropic, OpenAI, Google...) per obbligarli ad aggiungere nei loro modelli un sistema di watermarking, questo non è possibile nei cosiddetti modelli open-weight, ovvero modelli (generalmente meno potenti) che è possibile scaricare sul proprio computer e su cui è possibile effettuare modifiche a piacimento, compresa la rimozione di un eventuale sistema di watermarking.</p>
<p>Un secondo problema riguarda la possibilità di aggirare la verifica della presenza di watermark effettuando una parafrasi del testo. Ipotizziamo che un autore voglia scrivere un articolo utilizzando ChatGPT in quanto più comodo e potente rispetto ad un modello open-weight. Egli potrà dunque utilizzare un secondo modello più piccolo e veloce per effettuare una parafrasi della risposta. Il sistema di verifica del watermark individuerà dunque un numero di parole &quot;verdi&quot; minore del previsto e finirà per classificare il testo come scritto da un umano, anche se interamente scritto dall'AI.</p>
<p>I lettori più attenti potrebbero qui sollevare un'obiezione: per definizione una parafrasi non è uguale al testo originale, questa potrebbe infatti perdere di qualità o presentare degli errori. Vero, è la stessa obiezione sollevata da <a href="https://arxiv.org/abs/2303.11156">Sadasivan et al. 2025</a>: i ricercatori in questione hanno misurato la qualità delle risposte parafrasate secondo diverse metriche e osservato come questa non venisse degradata significativamente. Ad esempio sottoponendo ad un LLM una domanda di cui conoscevano a priori la risposta corretta e un contesto con le informazioni necessarie a rispondere, parafrasato però dall'AI. Hanno osservato come nel 97% dei casi l'LLM riusciva comunque a dare la risposta corretta, dimostrando come l'informazione contestuale venisse preservata anche dopo la parafrasi.</p>
<p>Sembra dunque che aggirare la dicitura &quot;scritto con AI&quot; sia ancora troppo semplice, ma è veramente un problema?</p>
<h2>Perchè ci importa così tanto?</h2><p>È una domanda legittima, c'è chi crede infatti che scrivere non significhi necessariamente battere su tastiera ma raccogliere fonti, combinarle e ricombinarle, produrre diverse bozze per poi finalmente scegliere la versione definitiva. Ricorda qualcosa? Chiunque abbia scritto un testo con l'AI riconosce questo pattern, si potrebbe dunque concludere che tra lo scrivere a mano e lo scrivere con un LLM la differenza non sia così importante e che un sistema di rilevazione dei contenuti scritti con AI non sia necessario. Per altri invece la scrittura &quot;a mano&quot; andrebbe preservata in ogni contesto e credono che qualsiasi testo scritto con l'AI non meriti di essere letto, pretendendo dunque totale trasparenza.</p>
<p>Per quanto mi riguarda dipende dalla finalità per la quale leggo un determinato testo: se il mio interesse sono solo le informazioni al suo interno (come nel caso di un articolo di giornale, un paper scientifico o la ricetta della pasta con le sarde), allora non mi importa che sia stato scritto dall'AI fintantochè non leggo &quot;finocchio da insalata&quot; invece che &quot;finocchietto selvatico&quot;. Assumiamo invece che io stia leggendo un romanzo, un racconto o una poesia. In questo caso non vedo perchè dovrei continuare a leggere qualcosa che l'autore non ha scritto. &quot;Perchè non te ne accorgeresti&quot;, direbbe qualcuno, ed ha ragione. Ecco perchè credo che in alcuni contesti sia importante poter riconoscere un testo scritto dall'AI e che continuare la ricerca in questa direzione possa essere utile.</p>
<p>Ora qualcuno di voi si sarà chiesto: &quot;E questo articolo?&quot;. Posso rispondervi che no, non è scritto dall'AI, e che almeno per ora non potrete far altro che fidarvi di me...</p>
<figure class="post-content-media"><img src="https://faiddatechlab.com/storage/94738217-7a6c-41b2-9f32-8018b985453d.jpeg" alt="Pasta con le sarde alla palermitana (mi raccomando, usate il finocchietto selvatico)" loading="lazy" decoding="async" /><figcaption>Pasta con le sarde alla palermitana (mi raccomando, usate il finocchietto selvatico)</figcaption></figure>]]></description>
                <author><![CDATA[Andrea Lucchese ]]></author>
                <pubDate>Tue, 29 Sep 2026 10:00:00 +0200</pubDate>
                            </item>
                    <item>
                <title><![CDATA[La corda invisibile: restare in Sicilia nell'era della fibra e dell'IA]]></title>
                <link>https://faiddatechlab.com/blog/articoli/la-corda-invisibile-restare-in-sicilia-nellera-della-fibra-e-dellia</link>
                <description><![CDATA[<p>Vorrei cominciare dicendo che non sono patriottico ma come ogni siciliano c'è qualcosa che mi lega a questa terra, una corda invisibile che, nonostante i difetti evidenti, mi fa vedere solo i pregi di restare qui; questo qualcosa quando lo metti nell'ottica del lavoro digitale che ha fatto tornare diverse persone a casa prende un nome altisonante come south working o telelavoro.</p>
<p>È un regalo che ci ha lasciato la pandemia, la consapevolezza che se comunque lavoriamo da dietro uno schermo possiamo farlo da qualsiasi parte del mondo. E adesso diamo anche la cosa per scontata, io in primis.
Ho rifiutato diverse proposte di lavoro per averne una che mi permettesse di rimanere qui, dove di cavi ne abbiamo a bizzeffe e non solo figurativi ma fisici e che ci permettono di essere uno dei posti migliori al mondo per lavorare.</p>
<p>Ma non fidatevi delle parole di un ragazzo che si lamenta di dove abita per poi combattere per restare, fidatevi dei dati che mostrano come la Sicilia sia una delle terre più connesse al mondo, un luogo che, nonostante il passare del tempo, rimane luogo di scambio e crocevia di ricchezze.
Qualche anno fa erano spezie, stoffe e materiali esotici, oggi sono dati. L'oggetto cambia, il luogo e l'importanza no.</p>
<figure class="post-content-media"><img src="https://faiddatechlab.com/storage/a815c342-c74a-47b9-baac-5943f3304458.png" alt="Connessioni da Mazara del Vallo verso i paesi del Nord Africa e Medio Oriente. Fonte: submarinecablemap" loading="lazy" decoding="async" /><figcaption>Connessioni da Mazara del Vallo verso i paesi del Nord Africa e Medio Oriente. Fonte: submarinecablemap</figcaption></figure><h2>I cavi che non vediamo ma che ci connettono</h2><p>Sto parlando delle dorsali in fibra ottica che dalla Sicilia collegano l'Europa con il mondo: siamo la realtà che più di tutte connette posti remoti come Medio Oriente, Nord Africa, Asia e molti altri luoghi. Connettiamo il mondo e neanche lo sappiamo.</p>
<p>In Sicilia sono presenti 5 hub distribuiti nelle coste: Palermo, Catania, Mazara del Vallo, Pozzallo e Trapani; sono loro i porti moderni che fanno transitare decine di Terabit al secondo dall'Europa verso mezzo mondo.
Ospitiamo più di <a href="https://www.submarinenetworks.com/en/stations/europe/italy/sicily#:~:text=Subsea%20cables%20landing%20in%20Pozzallo%EF%BC%9A%20*%20Melita,the%20submarine%20cables%20that%20cross%20the%20Mediterranean.">20 connessioni sottomarine</a> e 16 di queste viaggiano verso porti internazionali.</p>
<p>Un confronto dovuto è con il resto dell'Italia peninsulare e la Sardegna che insieme contano una decina di connessioni e tutte di brevi tratte, nulla di rilevante.</p>
<p>Questa condizione ci pone in un vantaggio assoluto: ogni snodo, ogni punto di connessione tra te e la tua destinazione equivale a latenza, una sconosciuta per molti ma un'avversaria per tanti.
Pensate a chi fa trading su piattaforme internazionali o gioca online su server che non stanno a Francoforte ma a Dubai o al Cairo: per un utente a Milano quei pacchetti devono prima scendere lungo tutta la penisola, mentre per chi sta qui sono già praticamente in mare aperto. In una terra abituata a contare le distanze come un limite, l'infrastruttura di rete ha deciso di azzerarle verso mezzo mondo.</p>
<h2>Il mondo non vuole attendere i caricamenti</h2><p>E non pensate che la latenza sia solo un fattore utile per le corse ai click, è molto di più: ricerche fatte da Google dimostrano come il <a href="https://www.gigaspaces.com/blog/amazon-found-every-100ms-of-latency-cost-them-1-in-sales">tempo di caricamento</a> influenzi tantissimo il comportamento di un utente comune online, parliamo anche di milioni persi per ogni millisecondo di ritardo.
E non dimentichiamo l'avvento dell'IA.
È l'elefante nella stanza ormai: tutti parlano di IA ma nessuno pensa a come queste informazioni transitano nella rete.
Quando chiediamo qualcosa a un modello linguistico, ormai ci aspettiamo una risposta istantanea ma questa risposta dovrà viaggiare dai server che computano le risposte al vostro dispositivo, attraversando diverse centinaia di chilometri di cavi.
Anche in questo caso la velocità percepita fa la differenza, forse più della risposta stessa.
Viviamo veloci, non vogliamo aspettare per una risposta.
E questo ci riporta a questa spina dorsale che attraversa il pianeta: una risposta di un modello (tempo al primo token) varia da <a href="https://deploybase.ai/articles/ai-inference-speed-comparison-tokens-per-second-by-provider">50 a 500 ms</a>; a questa però bisogna sommare anche le latenze di rete: bastano pochi millisecondi persi a ogni singolo snodo per ritrovarsi, salto dopo salto e soprattutto nei momenti di picco, con un ritardo complessivo che raddoppia o triplica l'attesa.</p>
<p>Pensate a cosa succede quando usiamo una VPN aziendale per collegarci a filiali o risorse distribuite tra il Mediterraneo, il Medio Oriente o l'Asia. Se il tunnel parte o viene instradato tramite nodi a Milano o Francoforte per poi dover raggiungere destinazioni a sud, stiamo costringendo i nostri pacchetti a un assurdo viaggio di andata e ritorno lungo mezza Europa prima ancora di toccare il mare. Da Mazara del Vallo o da Palermo, invece, il traffico entra direttamente nella dorsale sottomarina più vicina: niente giri a vuoto sulla rete terrestre continentale, meno congestione e una latenza che si dimezza solo perché siamo partiti dalla banchina giusta.</p>
<h2>La Sicilia c&#039;è e vuole darci nuove opportunità</h2><p>Tutto questo ci pone in una condizione di vantaggio che ancora non è stata sfruttata appieno, un'occasione di fare la differenza e di sentire la differenza.</p>
<p>Le occasioni che oggi abbiamo davanti non si fermano al semplice south working o a chi come me si diverte a farsi l'homelab casalingo.
Se i dati del Mediterraneo passano da qui, il passo naturale è iniziare a far girare qui anche il calcolo: ospitare cluster di inferenza per l'IA ed edge computing direttamente vicino alle Cable Landing Stations, invece di rimandare tutto indietro ai server farm di Dublino.
Realtà come PMO 01 (ex Open Hub Med) a Carini hanno già dimostrato che la Sicilia può essere un polo neutrale di livello europeo, e chissà cosa ci riserva il futuro.</p>
<p>Alla fine siamo tanto connessi alla Sicilia ovunque ci troviamo quanto la Sicilia è connessa a noi.</p>
]]></description>
                <author><![CDATA[Gabriele Musso]]></author>
                <pubDate>Tue, 22 Sep 2026 10:00:00 +0200</pubDate>
                            </item>
                    <item>
                <title><![CDATA[La rivoluzione dell’inferenza locale parte da Catania]]></title>
                <link>https://faiddatechlab.com/blog/articoli/la-rivoluzione-dellinferenza-locale-parte-da-catania</link>
                <description><![CDATA[<p>A Catania c’è una persona che passeggia riprendendo gli squarci della città mentre racconta di intelligenza artificiale, che quasi ogni giorno, nel tragitto tra casa sua e l’ufficio, tiene il telefono puntato su di sè mentre parla di intelligenza artificiale come fosse al bar con gli amici. Non fa interviste in TV, non vive nella Silicon Valley eppure buona parte di internet oggi sta in piedi grazie ad uno dei software che ha scritto stando qui, in Sicilia. Si era preso una pausa dall’informatica, per scrivere un libro… di fantascienza informatica. Da qualche anno ha deciso di tornare e oggi più che mai sta rivoluzionando l’intelligenza artificiale.</p>
<figure class="post-content-media"><img src="https://faiddatechlab.com/storage/7ee2fff5-948f-4f8a-b30c-ef47ac0d33b1.jpg" alt="Salvatore Sanfilippo durante TEDxCapoPeloro, 2018. Fonte: TED / TEDxCapoPeloro." loading="lazy" decoding="async" /><figcaption>Salvatore Sanfilippo durante TEDxCapoPeloro, 2018. Fonte: TED / TEDxCapoPeloro.</figcaption></figure><p>In rete lo conoscono tutti come <strong>antirez</strong>. Classe 1977, nella vita di tutti i giorni è Salvatore Sanfilippo.</p>
<h2>Redis: uno dei capisaldi dell’internet odierno </h2><p>Facciamo un salto indietro al 2009, quando per scalare un progetto personale, un analizzatore di log in tempo reale denominato <a href="https://github.com/antirez/lloogg">LLOOGG</a>, insoddisfatto delle soluzioni in grado di risolvere i suoi problemi, apre l’editor di codice e inizia a scrivere quello che sarebbe stato uno dei software capisaldi dell’interno internet. Voleva un database in-memory, semplice, chiave-valore e facile da usare, così nasce <a href="https://github.com/redis/redis"><strong>Redis</strong></a>.</p>
<figure class="post-content-media"><img src="https://faiddatechlab.com/storage/417a2944-c0a9-493d-b3ec-4699494b2172.png" alt="Redis: in-memory database" loading="lazy" decoding="async" /><figcaption>Redis: in-memory database</figcaption></figure><p>Oggi Redis è dentro l'infrastruttura di Airbnb, Uber, Snapchat, Meta, Amazon, Twitch, OpenAI. Praticamente ogni azienda che fa qualcosa su internet lo usa. Per oltre un decennio l'ha guidato da solo, con uno stile di ingegneria che ha finito per diventare influente quanto il codice stesso: pochi fronzoli, poche astrazioni, la scelta più semplice che risolve il problema di oggi. In filosofia direbbero essere il principio del rasoio di Occam.</p>
<figure class="post-content-media"><img src="https://faiddatechlab.com/storage/8b3b2a5c-dca5-4360-9297-08b646d93919.jpg" alt="Wohpe: il romanzo di Salvatore Sanfilippo" loading="lazy" decoding="async" /><figcaption>Wohpe: il romanzo di Salvatore Sanfilippo</figcaption></figure><p>Nel 2020 ha lasciato la direzione del progetto per prendersi una pausa, fare altro. Finisce a scrivere <a href="https://antirez.com/news/137">Wohpe</a>. Un romanzo che parla di intelligenza artificiale prima che fosse mainstream quella generativa, con la precisione di chi ha masticato talmente tanta informatica da vedere quasi il futuro.</p>
<h2>Essere padroni delle idee, il codice è un collaterale</h2><p>Nell’era in cui l’intelligenza artificiale generativa permette a chiunque di prendere un agente e costruire un software, Salvatore porta avanti una <a href="https://antirez.com/news/169">filosofia</a> molto importante, che quasi lo contraddistingue dalla totalità dell’orientamento odierno sulla programmazione agentica: bisogna controllare le idee, il codice non è così importante.</p>
<p>Scorrendo il suo canale Youtube e ascoltandolo, salta fuori un concetto cardine dietro questa sua filosofia, la definizione di <strong>programmazione automatica</strong> in contrapposizione al vibe coding.</p>
<p>Nel 2025 un informatico di nome Andrej Karpathy, co-fondatore di OpenAI quindi mica uno sprovveduto, pubblica <a href="https://x.com/karpathy/status/1886192184808149383">un tweet</a> coniando il concetto di Vibe coding: &quot;fully give in to the vibes, embrace exponentials, and forget that the code even exists&quot;.</p>
<p>La differenza con la programmazione automatica che Salvatore porta avanti sta proprio nell’andare meno con le <em>vibes</em> ed essere estremamente specifici sulla propria idea. Meno flusso, più controllo e soprattutto più consapevolezza.</p>
<h2>L’ascesa di DwarfStar 4</h2><p>Nel 2026, per ribadire il concetto di programmazione automatica, pubblica <a href="https://github.com/antirez/ds4"><strong>DwarfStar 4</strong></a> (ds4), un motore di inferenza locale scritto quasi interamente in C dagli agenti, pensato per far girare DeepSeek V4 Flash sul proprio computer. Lui stesso ribadisce di non aver scritto una singola linea di codice di questo progetto ma di sapere esattamente come funziona poiché era chiaro nella sua testa come lo volesse.</p>
<figure class="post-content-media"><img src="https://faiddatechlab.com/storage/ab3b9081-fc1a-4596-bfc1-0f9a269ab047.png" alt="Logo ufficiale Dwarfstar4" loading="lazy" decoding="async" /><figcaption>Logo ufficiale Dwarfstar4</figcaption></figure><p>Non è un runner generico per modelli open, non è un wrapper attorno a qualcos'altro: è autosufficiente, scommette deliberatamente su un solo modello alla volta e punta a un'esperienza &quot;finita&quot; dal caricamento del modello fino a un agente di coding integrato, usabile da riga di comando.</p>
<p>Basta poco affinché esploda in popolarità, venga adottato in giro per il mondo e gli faccia arrivare richieste da Taiwan, dall’America e ultimamente da <a href="https://x.com/antirez/status/2088590204084813918?s=20">Nvidia stessa</a> che gli fornisce accesso ad una DGX Studio. Il software cresce, supporta nuovi modelli, nuove macchine, nuovi kernel e raggiunge una popolarità mondiale.</p>
<p>Stesso approccio di Redis, semplice, netto e con la disciplina che gli permette di gestirlo senza aggiungere quello che non serve.</p>
<h2>Perché è importante parlarne?</h2><p>Il manifesto di Faidda dice una cosa precisa: il problema della Sicilia non è la mancanza di competenze, è l'invisibilità.</p>
<p>Antirez è la prova che si può costruire qualcosa che finisce nell'infrastruttura di mezzo internet restando a Catania, senza spostarsi di un centimetro.</p>
<p>Non è un aneddoto, non è un caso isolato e neanche una botta di fortuna, è un dato di fatto che vale la pena conoscere.</p>
]]></description>
                <author><![CDATA[Andrea Bondì]]></author>
                <pubDate>Tue, 15 Sep 2026 10:00:00 +0200</pubDate>
                            </item>
                    <item>
                <title><![CDATA[Resto o vado? La domanda che spopola la Sicilia!]]></title>
                <link>https://faiddatechlab.com/blog/articoli/resto-o-vado-la-domanda-che-spopola-la-sicilia</link>
                <description><![CDATA[<p>Agosto è appena finito. Quest'anno, per la prima volta da parecchio, l'ho passato quasi tutto al paesello, o quantomeno in Sicilia. Nei miei anni dell'adolescenza il mese era pieno: gente da vedere, serate, cose da fare, mangiate di melone. Stavolta mi sono goduto quella che ormai è diventata la versione ridotta di tutto questo, una settimana scarsa, e poi il silenzio.</p>
<p>Non è che al paese non ci sia niente. Ci si prova: c'è chi tiene aperto il bar, chi organizza l'evento, chi ha deciso di aprire un'attività. Solo che le persone si sono assottigliate, e con loro il giro. Vale per il mio paese e vale, con proporzioni diverse, per buona parte dell'isola e del sud. Non si è fermato tutto. È che ogni anno il perimetro si stringe un po'.</p>
<p>Agosto è il periodo in cui l'Italia intera va in modalità risparmio energetico, è risaputo. Dopo un anno di lavoro, che tu faccia il postino, l'operaio o il consulente informatico, ti spettano i tuoi quindici, venti, trenta giorni di ferie, esagerando. E quei giorni sono tutto quello che hai: ci devi far stare il riposo, il mare, i genitori che invecchiano, le cose rimandate. Se vivi a mille chilometri da casa, &quot;tornare&quot; è una voce di quella lista, non l'unica.</p>
<p>Ed è qui che voglio partire con qualche riflessione. La maggior parte dei miei amici che sono andati via da qui quei giorni non li può spendere tutti per tornare. Tornano una settimana, forse, incastrandola tra due giorni di mare, la famiglia e gli amici, per chi ne ha ancora qui.</p>
<p>Così, negli anni, si è consolidata una specie di <strong>diaspora a intermittenza</strong>. La chiamo così perché non è un ritorno vero: è una presenza a singhiozzo, agganciata al calendario. La molla è quasi sempre una data comandata, Natale, Pasqua, il santo patrono o l'Opuntia Ficus Indica Fest, ma il punto non è la festività. Il punto è che quello è l'unico momento in cui il gruppo si ricompone: per una settimana circa il paese torna pieno di vita e di saluti, ci sono di nuovo tutti, quelli di Como, di Agordo, di Roma, Milano, anche i classici cugini &quot;tedeschi&quot; o &quot;americani&quot;, figli delle vecchie generazioni di emigrati (se hanno ancora legami qui). Poi si svuota di colpo.</p>
<p>&quot;Non è una novità&quot;, mi si dirà. E infatti non lo è. Il superpotere del siciliano è avere un cugino, uno zio o un parente acquisito in ogni provincia d'Italia e in mezzo mondo. Tra il <a href="https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/il-lungo-viaggio-dei-siciliani-nel-mondo/">1876 e il 1925 se ne andarono un milione e seicentomila</a>, quasi tutti oltreoceano, e nel solo 1913 partirono in centoquarantaseimila in dodici mesi. Poi negli anni Sessanta è ricominciato, altra rotta: tra il 1961 e il 1971 seicentomila siciliani hanno preso la strada di Francia, Germania, Belgio e Svizzera.</p>
<p>Quindi sì, da qui si è sempre partiti. Quello che è cambiato è chi parte. Una volta se ne andava chi non aveva niente, con la valigia di cartone, pronto a spaccarsi la schiena ovunque. <strong>Oggi se ne va soprattutto chi ha studiato.</strong></p>
<figure class="post-content-media"><img src="https://faiddatechlab.com/storage/e26f53cf-1b4a-42c9-a268-8000c28d3b16.jpg" alt="" loading="lazy" decoding="async" /></figure><h2>Quelli che sono partiti hanno studiato</h2><p>Ad agosto, una sera, ci siamo trovati per una grigliata. Il gruppo è quello di sempre, quello delle scuole. Se fai il giro del tavolo e chiedi chi fa cosa, viene fuori una lista che vent'anni fa da queste parti non avresti sentito: un paio di sviluppatori, un'ingegnera, una psicologa, una serie di persone nella consulenza magari con un contratto quadro dietro, una che fa ricerca all'università, uno in una multinazionale. C'è pure chi ha il posto fisso, quello considerato sacro, la garanzia. Lo ha trovato a Belluno in Veneto.</p>
<p>La cosa che si sente a quel tavolo, senza che nessuno la dica, è che non ci vive quasi nessuno. Chi è rimasto si conta sulle dita. Gli altri sono venuti appositamente e fra tre giorni ripartono. Non se ne sono andati con rabbia, e quasi tutti dicono &quot;torno appena si può&quot;, e ci credono. Ma nel loro campo, qui, non avevano trovato praticamente niente. Non è un'impressione mia: ad esempio, in un team con cui ho lavorato a Milano eravamo in dieci, otto del Sud, sei siciliani. Il lavoro, però, lo facevamo lì o da remoto ma con molte limitazioni.</p>
<p>E i numeri lo dicono chiaro. Tra il 2019 e il 2024 il Mezzogiorno ha perso <a href="https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/06/Report-MIGRAZIONI-INTERNE-E-INTERNAZIONALI-DELLA-POPOLAZIONE-RESIDENTE-ANNI-2023-2024-1.pdf"><strong>132mila giovani laureati tra i 25 e i 34 anni</strong></a>: 107mila trasferiti al Centro-Nord, 25mila all'estero. Non è un flusso di disperati, è gente con un &quot;Signor. Titolo di Studio&quot; in tasca che si sposta dove quel titolo vale qualcosa.</p>
<p>Se analizziamo i più giovani ci accorgiamo che non si aspetta più la laurea, si sceglie naturalmente l'ateneo fuori a diciannove anni. Fare un pezzo di strada lontano da casa è una cosa sana, ci mancherebbe, tutti dovrebbero farlo. Il problema è quando la ragione non è &quot;voglio vedere com'è altrove&quot; ma &quot;qui non c'è niente per me&quot;. Quando un giovane laureando ha la possibilità di interfacciarsi con grosse realtà perché sono sul suo territorio, è naturale che ci siano più strade aperte. Nell'anno accademico 2024-25 <a href="https://www.svimez.it/wp-content/uploads/2025/11/cap_6_rapporto2025.pdf">quasi 70mila studenti meridionali</a> su circa 521mila erano iscritti in atenei del Centro-Nord, e nelle materie scientifiche era uno su cinque. Campania e Sicilia insieme fanno quasi metà di quel movimento.</p>
<p>Un movimento in parte inverso c'è: gli immatricolati del Sud che scelgono il Nord sono passati da 24mila a 17mila in tre anni. Come lo leggi dipende da cosa lo ha causato, e le due spiegazioni opposte, &quot;gli atenei del Sud stanno tornando attrattivi&quot; e &quot;ci sono semplicemente meno diciannovenni&quot;, pesano entrambe. Quello che resta solido è che chi parte per studiare a Milano a diciannove anni, a trenta raramente torna a cercare lavoro qui.</p>
<p>Il cugino ovunque, per i nostri nonni, era il segno di una terra che non dava da mangiare a tutti. Oggi quel cugino ha un dottorato, un buono stipendio e un ruolo che in Sicilia nessuno gli avrebbe potuto offrire. È la stessa emigrazione, con un vestito migliore.</p>
<figure class="post-content-media"><img src="https://faiddatechlab.com/storage/e1cfe459-9e8f-44c6-9b75-bab014f4f054.jpg" alt="" loading="lazy" decoding="async" /></figure><h2>Non è che non facciamo figli</h2><p>A questo punto di solito arriva l'obiezione comoda, quella che serve a chiudere il discorso: eh, ma il Sud invecchia, non nascono più bambini, è la demografia, che ci vuoi fare.</p>
<p>Peccato che non regga. Nel 2024 la Sicilia è stata la <a href="https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/03/Indicatori_demografici_2024.pdf"><strong>seconda regione italiana per numero medio di figli per donna</strong></a>, 1,27, dietro solo al Trentino-Alto Adige, con una media nazionale ferma a 1,18, il valore più basso mai registrato in Italia. In Sicilia i figli si fanno, più che quasi ovunque nel Paese.</p>
<p>Il problema non è a monte, è a valle. Nascono, crescono, si formano, e poi a venticinque anni prendono un treno. <strong>È un problema di lavoro vestito da problema di culle.</strong> E la differenza conta, perché la natalità non la sistemi con una legge in cinque anni. Il lavoro invece sì, se qualcuno decide di occuparsene.</p>
<h2>Le opportunità non mancano, soprattutto nel mondo tech</h2>
<p>Il fatto è che quel lavoro esiste, eccome. All'Italia mancano <a href="https://www.borsaitaliana.it/borsa/notizie/radiocor/economia/dettaglio/lavoro-competenze-ict-in-italia-mancano-236mila-professionisti-tech-nRC_18112025_1300_358100709.html"><strong>236mila professionisti ICT</strong></a> solo per arrivare alla media europea, ed entra sul mercato circa un professionista ogni due posizioni aperte. Per i laureati in ingegneria elettronica e dell'informazione la <a href="https://excelsior.unioncamere.net/sites/default/files/pubblicazioni/2024/Laureati_e_lavoro_2024.pdf">difficoltà di reperimento supera il 70%</a>, per gli ingegneri dell'informazione l'80: le aziende li cercano e non li trovano, non perché siano preparati male, perché sono pochi.</p>
<p>Analizzando ci si accorge che le aziende che li assumono stanno quasi tutte al Nord. Nel biennio 2023-24 <a href="https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/06/Report-MIGRAZIONI-INTERNE-E-INTERNAZIONALI-DELLA-POPOLAZIONE-RESIDENTE-ANNI-2023-2024-1.pdf">quasi un terzo di chi ha lasciato la Sicilia per il Centro-Nord è finito in Lombardia</a>: una regione sola si è presa il <strong>30,8% delle partenze siciliane</strong>. Non è che i miei amici volessero pagare un monolocale allo stesso prezzo di una villa sul mare. È che lì, il lavoro che sanno fare qualcuno lo paga (non sempre quanto varrebbe, ma quello è un altro discorso).</p>
<figure class="post-content-media"><img src="https://faiddatechlab.com/storage/013ede09-0e41-44aa-b9cb-b4aa62a576c4.jpg" alt="" loading="lazy" decoding="async" /></figure><h2>E allora, resto o vado?</h2><p>Io questa domanda me la sono fatta un sacco di volte. Sono partito e tornato più volte di quante ne ricordi, e a un certo punto ho smesso di volerle dare una risposta secca. &quot;Resto o vado&quot; suppone due posti, due bandiere, bianco o nero, e il mondo non funziona così. Si può vivere qui e lavorare per Berlino. Si può stare sei mesi fuori e sei mesi al paese. Ci si può andare a venticinque anni e tornare a quaranta con dieci anni di mestiere addosso. Le esperienze fuori, quando le fai, ti restano tutte, anche quelle storte.</p>
<p>Ma perché quella domanda sia davvero mal posta, e non solo un modo elegante per dire &quot;vado&quot;, serve che restare, o tornare, non ti costi il lavoro che sai fare. E lì servono tre cose, nessuna sufficiente da sola.</p>
<p><strong>La prima:</strong> tenere chi in Sicilia ci vive ma lavora da remoto per aziende di fuori. Da fine giugno 2026 la Regione ha aperto l'incentivo <a href="https://www.agi.it/economia/news/2026-04-15/incentivi-sicilia-south-working-36597939/">South Working</a>, 30mila euro in cinque anni per ogni assunto a tempo indeterminato che risiede in Sicilia e lavora quasi sempre da remoto per un'azienda con sede altrove. È un inizio, tiene qui reddito e competenze. Però, letto bene, premia solo chi lavora per fuori: sposta il posto in cui apri il portatile, non fa nascere un'azienda in più sull'isola.</p>
<p><strong>La seconda, quella che pesa:</strong> che le aziende, qui, si costruiscano, o quantomeno vengano. Non è fantascienza. A Catania <a href="https://www.fim-cisl.it/2024/05/31/stmicroelectronics-catania-e-la-sede-della-nuova-fabbrica-di-semiconduttori-sic-da-200-mm/">STMicroelectronics</a> produce semiconduttori da oltre sessant'anni, ha circa 5.400 dipendenti sull'isola, oltre il 40% laureati, e sta costruendo un impianto nuovo da cinque miliardi: è il cuore di quella che chiamano Etna Valley. Non è una favola, il settore è ciclico e ogni due o tre anni tornano cassa integrazione e tensioni sindacali, ma l'ancora c'è. Poi ci sono i singoli: <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Salvatore_Sanfilippo">Redis</a>, uno dei database che fanno girare mezzo internet, l'ha scritto Salvatore Sanfilippo, di Campobello di Licata, senza mai trasferirsi, prima da Palermo e ora da Catania. E ci sono le aziende di fuori che invece di far partire i siciliani aprono un ufficio qui: nel 2024 <a href="https://www.sisal.com/news-media/comunicati-stampa/corporate/sisal-inaugura-nuovo-hub-it-a-palermo-comunicato-stampa-sisal-corporate">Sisal ha inaugurato a Palermo un hub informatico</a> che ha già assunto una trentina di persone. Il <a href="https://www.industriaitaliana.it/anitec-assinform-ildigitale-sicilia/">mercato digitale siciliano</a> vale circa 2,6 miliardi l'anno e sull'isola ci sono tra i 50 e i 60mila specialisti ICT. Il problema non è che non esistono, è che sono sparsi e lavorano quasi tutti per qualcun altro.</p>
<p><strong>La terza è la più banale e la più ignorata:</strong> un posto dove chi resta si trova. Non una serata, una rete che sta in piedi tutto l'anno. Per un sacco di tempo in Sicilia non c'è stata. Faidda Tech Lab nasce per questo: mettere nella stessa stanza sviluppatori, imprese, università e chi in Sicilia ci vuole lavorare, e togliere quella domanda dalla testa del singolo che se la rumina da solo mentre torna a casa in macchina.</p>
<h2>La differenza tra un posto che si svuota e uno che tiene</h2><p>Credo che la differenza tra un posto che si svuota e uno che tiene non si misuri solo in nascite. Si misura in quante volte, alla domanda &quot;resto o vado&quot;, qualcuno può rispondere senza doverci rimettere il mestiere. Se la risposta obbligata è sempre &quot;vado&quot;, il posto si svuota. Se ogni tanto può essere &quot;resto&quot;, o &quot;torno&quot;, il posto tiene.</p>
<p>Ad agosto prossimo gli aerei ripartiranno di nuovo, e va bene, va benissimo: nessuno vuole un'isola in cui si resta per forza. Andare a vedere com'è il mondo è sano, una delle cose più belle che sto facendo grazie soprattutto al mio lavoro, non c'è niente di male a farlo, anzi. Il punto è un altro: che sia una scelta, non l'unica uscita. E che a qualcuno di quelli che sono già partiti, la prossima estate, venga voglia di fermarsi un giorno in più.</p>
<p>Quel giorno in più, però, non si regala da solo. Lo mette insieme chi decide di provarci: l'assessore che fa uscire il bando per davvero, l'azienda che apre un ufficio invece di un annuncio, il manager che porta il team a Catania e non a Milano, il dipendente e il freelance che scelgono di lavorare da qui e lo raccontano in giro, chiunque pensi che si possa fare e cominci dal suo pezzetto. Battiato, catanese, in &quot;Povera patria&quot; ripeteva &quot;non cambierà, non cambierà&quot;, e poi si correggeva da solo: &quot;sì che cambierà, vedrai che cambierà&quot;. <strong>Non è ottimismo, è una decisione.</strong> Vale anche per un'isola che si svuota.</p>
]]></description>
                <author><![CDATA[Luciano La Monica]]></author>
                <pubDate>Tue, 08 Sep 2026 10:00:00 +0200</pubDate>
                            </item>
                    <item>
                <title><![CDATA[La tessera associativa, fatta come si deve]]></title>
                <link>https://faiddatechlab.com/blog/articoli/la-tessera-associativa</link>
                <description><![CDATA[<p>Quando ero piccolo, a Palermo, tutti avevano una tessera di qualcosa. Era il periodo dei videonoleggi sotto casa e dei club di amici. Un cartoncino plastificato con il nome scritto a penna, mezzo sbiadito dal portafoglio. E se ci pensate un attimo, quella tessera valeva una cosa sola: la faccia di chi te l'aveva data. Se il presidente del circolo ti conosceva, entravi. Se non ti conosceva, la tessera potevi pure incorniciarla.</p>
<p>Le tessere che vogliamo noi sono una cosa seria, digitale per davvero. Vogliamo rispettare ed onorare il nostro manifesto con una tessera digitale degna di questo nome.</p>
<p>Quindi ci siamo messi a studiare gli standard, le tecniche più attuali per far sì che ogni socio abbia la sua tessera sempre con sè. Dopo qualche giorno di studio serio abbiamo la prima versione e ve la presentiamo qui, tecnicamente com’è giusto che sia.</p>
<h2>Partiamo dalla ceralacca</h2><p>Una volta le lettere importanti si chiudevano con la ceralacca. Il sigillo non nascondeva niente: chiunque poteva guardarlo. Ma nessuno poteva rifarlo uguale, e se qualcuno apriva la lettera si vedeva subito. Il sigillo proteggeva la fiducia, il contenuto era facile da ottenere in ogni caso.</p>
<p>La tessera di Faidda funziona così, solo che la ceralacca è matematica.</p>
<p>Ogni tessera è in gergo una <a href="https://www.w3.org/TR/vc-overview/">Verifiable Credential</a>. Ci siamo rifatti a uno standard del W3C, lo stesso ente che scrive gli standard del web. In pratica è un documento digitale firmato con chiave crittografica asimmetrica: noi la firmiamo con una chiave privata che custodiamo, e chiunque al mondo può verificarla con la chiave pubblica. Come dite? Volete la chiave pubblica? Eccola qui.</p>
<p>Non serve fidarsi di noi. Non serve scrivere alla segreteria. Chiunque può prendere la credenziale di un socio e verificarla per conto suo, con strumenti standard, senza chiedere niente a nessuno. È lo stesso modello che si usa nei sistemi di identità digitale europei. E noi mica siamo da meno!</p>
<figure class="post-content-media"><img src="https://faiddatechlab.com/storage/b4af9ab0-f426-4163-b9af-a60697f9ea8a.jpg" alt="" loading="lazy" decoding="async" /></figure><h2>Il QR che non si fa i fatti tuoi</h2><p>Sulla tessera c'è un QR code. Ora, la tentazione per fare le cose veloci era di metterci dentro tutto: nome, cognome, codice fiscale, magari pure la mail. Comodo, no? Comodo per chiunque lo scansioni, anche chi non dovrebbe.</p>
<p>Il nostro QR contiene una cosa sola: un indirizzo di verifica con un codice casuale. Punto. Chi lo scansiona finisce su una pagina pubblica che dice nome, cognome, se la tessera è attiva o non valida, e da quando sei socio. Fine.</p>
<figure class="post-content-media"><img src="https://faiddatechlab.com/storage/19d2dc09-2c8b-4ef2-8b18-70c8174cde9c.png" alt="" loading="lazy" decoding="async" /></figure><p>Se una tessera dovesse essere invalidata per qualsiasi ragione, resta tra noi. E se un socio chiede la cancellazione dei suoi dati, come è suo diritto, pure il nome sparisce dalla verifica. Il GDPR non è un fastidio burocratico, è un requisito di progetto.</p>
<p>E i dati veri, quelli che il QR non mostra, stanno nell'area soci. Che non si apre con la sola password: c'è l'autenticazione a due fattori con app authenticator, il codicino che cambia ogni trenta secondi. E non è una fissazione ingegneristica, lo giuro! La OWASP Foundation (la nonprofit più conosciuta al mondo per la sicurezza informatica) la mette tra i requisiti di verifica delle applicazioni, le linee guida NIST sull'identità digitale la raccomandano per proteggere dati personali, e in Europa la direttiva NIS2 la impone alle organizzazioni che contano davvero. Noi non siamo un'infrastruttura critica, siamo un'associazione. Ma ai dati dei nostri soci ci teniamo e gli standard di sicurezza hanno un pregio: sono già scritti, valgono per tutti, e seguirli non costa niente in più che ignorarli. Se la tessera è fatta come si deve, pure la porta di casa deve esserlo.</p>
<p>C'è anche un dettaglio più fine, per chi mastica la materia. Quando dobbiamo revocare una tessera non aggiorniamo un campo che chiunque può interrogare socio per socio: pubblichiamo una lista di bit anonima, seguendo un altro standard W3C che si chiama <a href="https://www.w3.org/TR/vc-bitstring-status-list/">Bitstring Status List</a>. Ogni credenziale punta a una posizione in quella lista. Chi verifica guarda un singolo bit: zero tutto a posto, uno revocata. Non vede quante tessere esistono, non vede di chi sono, non vede niente altro. Immaginatevi il tabellone delle chiavi di un albergo, ma con i numeri delle stanze mescolati e senza i nomi.</p>
<h2>Internet non è sempre necessario</h2><p>Chi ha organizzato almeno un evento lo sa: la rete inizia a fare cilecca appena ci sono più di dieci persone nella stanza. Il locale può essere bellissimo, il proiettore funzionare divinamente (e anche qui potremmo starne a dire) ma il WiFi morirà alla dodicesima persona. E lo staff all'ingresso deve controllare le tessere lo stesso.</p>
<p>Il problema di sicurezza classico dei sistemi offline è questo: se lo scanner lavora su una copia scaricata prima dell'evento, e quella copia è vecchia o manomessa, rischi di far entrare qualcuno con una tessera revocata che risulta ancora buona.</p>
<p>Ribaltiamo la domanda. Il pacchetto che lo scanner scarica prima dell'evento contiene solo l'elenco delle tessere revocate. Mai l'elenco di quelle valide. Sembra un dettaglio, ma cambia tutto: una copia vecchia o compromessa può al massimo dirti &quot;questa tessera va rifiutata di sicuro&quot;, non potrà mai dirti &quot;questa tessera è valida di sicuro&quot;.</p>
<p>Lo scanner si comporta come un semaforo onesto. Online: verde o rosso, verdetto pieno. Offline: rosso se la tessera sta nella lista dei revocati, altrimenti giallo, con scritto chiaro e tondo che non risultare revocati non è prova di validità. Il verde, offline, non esiste proprio. Il sistema preferisce ammettere di non sapere piuttosto che fingere di sapere. Che poi, a pensarci, è una qualità rara pure nelle persone. Socrate ne sarebbe fiero.</p>
<h2>Ve la potete tenere in tasca</h2><p>Stiamo lavorando per darvi la tessera dentro Apple Wallet e Google Wallet, accanto alla carta d'imbarco e alla tessera dei punti del supermercato. L'architettura è già pronta e c'è una scelta di fondo che vale la pena raccontare: il pass nel telefono non è la fonte di verità, vi permette di verificare dritti sul sito. Il QR dentro il wallet porta alla stessa identica pagina di verifica di cui parlavo prima. Un solo indirizzo canonico per tutto il sistema: pass, area soci, materiale stampato. Quando arriva, ve lo raccontiamo meglio. Aspettiamo che i big ci diano la possibilità di farlo</p>
<p>In più c'è un'altra strada che lo standard tiene aperta e che potrebbe essere interessante per il futuro: il W3C prevede anche le Verifiable Credentials dentro i barcode ottici, la credenziale firmata, tutta intera, stampata in un codice sulla tessera. È lo stesso approccio che si usa per mettere in sicurezza le patenti digitali americane. Vorrebbe dire poter verificare la firma di una tessera pure senza rete e senza pacchetto scaricato prima: resta fuori solo la revoca, che vive online. Il bello di costruire sopra uno standard è proprio questo: le estensioni sono già scritte, basta studiare.</p>
<h2>Ma chi ve lo fa fare?</h2><p>Domanda legittima. Tutto questo, credenziali firmate, rotazione delle chiavi, liste di revoca anonime, verifica offline che non mente: è roba che di solito trovi nei sistemi di identità governativi, tipo il wallet europeo di identità digitale. Non nella tessera di un'associazione siciliana.</p>
<p>Il manifesto dice che il problema della Sicilia non è la mancanza di competenze, è l'invisibilità. Allora la tessera non poteva essere un cartoncino plastificato, doveva essere una cosa che sta in piedi da sola, verificabile da chiunque, ovunque, senza dover credere a nessuno sulla parola.</p>
<p>La fiducia della faccia ce la teniamo stretta, è la parte più bella di casa nostra. Alla tessera abbiamo solo insegnato a portarla in giro per il mondo.</p>
]]></description>
                <author><![CDATA[Andrea Bondì]]></author>
                <pubDate>Tue, 01 Sep 2026 10:00:00 +0200</pubDate>
                            </item>
                    <item>
                <title><![CDATA[Benvenute Faidde Digitali]]></title>
                <link>https://faiddatechlab.com/blog/articoli/benvenute-faidde-digitali</link>
                <description><![CDATA[<p>Partiamo dall’inizio, d'accordo? È il 25 aprile ed è pomeriggio quando scrivo la prima riga di codice vera di questo sito. È la festa della liberazione, giorno importantissimo. Mi piace pensare non sia stato casuale... che sia stato proprio il 25 aprile per qualche ragione mistica. Mancano 1 mese e 4 giorni al 29 maggio, il giorno della fondazione.</p>
<p>L’evento c’è stato, abbiamo un <a href="https://faiddatechlab.com/manifesto">manifesto</a> e non smetteremo di crederci. E come dice il manifesto, dobbiamo fare cose reali per cui partiamo dall’accendere una faidda digitale: l'area soci.</p>
<p><em>“Ma quindi siamo online?”</em></p>
<p><em>“Siamo online”</em></p>
<p><em>“Addumamu?”</em></p>
<p><em>“Se’, ora avvampa.”</em></p>
<h2>Niente cose lunghe</h2><p>Abbiamo un sito, usiamolo no? Chiunque voglia diventare socio può passare da qui, veloce, efficace e indolore. Compili un form con i tuoi dati, dai il consenso privacy e la richiesta arriva al direttivo che ti manda il link per il pagamento. Niente da stampare, niente da scannerizzare, niente moduli che girano per mail come le catene di Sant'Antonio.</p>
<p>Sembra il minimo, nel 2026. Eppure andate a vedere quante associazioni ancora ti chiedono il PDF compilato a mano. Noi non ci abbiamo neanche pensato. E poi che figura ci faremmo da associazione che promuove l’ICT?</p>
<h2>Un socio anche digitale, ma non solo</h2><p>Una volta dentro, hai il tuo account personale. Password tua, recupero password se te la scordi, con un profilo e i tuoi dati. Ci metti dentro quello che vuoi, hai il controllo. I tuoi dati sono al sicuro, la partecipazione alle iniziative e la gestione sono su tua scelta.</p>
<p>E la porta di casa è chiusa come si deve: c'è l'autenticazione a due fattori, entri, scansioni il codice QR, salvi i codici di recupero. Puoi accedere solo tu. Perché alla sicurezza ci teniamo.</p>
<h2>La tessera sta nel telefono</h2><p>Quando diventi socio, viene emessa la tua tessera digitale. Hai un tuo QR code, visibile direttamente dall'area riservata. Niente cartoncino plastificato da cercare nel portafoglio, niente PDF da ristampare se lo perdi.</p>
<p>In più quel QR è studiato a regola d’arte, c’è un intero protocollo dietro di cui parleremo più avanti, però possiamo fare qualche anticipazione: chiunque lo scansiona finisce su una pagina pubblica che dice se la tessera è attiva, valida e firmata come si deve. Un partner, un altro circolo, un'azienda: possono verificare che sei socio senza chiederci niente, senza fidarsi sulla parola. E stiamo lavorando affinché tu possa averlo su Apple e/o Google Wallet, la tessera se ne starà nel telefono accanto alla carta d'imbarco.</p>
<p>Come funziona tutto questo sotto il cofano è una storia che merita un articolo tutto suo. E arriva, con calma.</p>
<h2>Abbiamo in mente un sacco di iniziative</h2><p>Nell'area soci ognuno ha il suo profilo professionale: foto, ruolo, azienda o università, competenze, tecnologie preferite, biografia, link ai profili social. In più abbiamo già pensato a farlo diventare una cosa attiva, ognuno può offrire la propria disponibilità a fare da mentor, può segnalare che cerca collaboratori, che ha un progetto da presentare o che magari, perché no? Che sta assumendo. Non è ancora tutto collegato ma ci stiamo lavorando.</p>
<figure class="post-content-media"><img src="https://faiddatechlab.com/storage/be49df77-9f82-4d3e-8e22-b2d4ab5d72ee.png" alt="" loading="lazy" decoding="async" /></figure><p>Fermatevi un attimo su questa cosa. L'elenco soci di un'associazione normale è una lista di nomi che serve all'assemblea per contare i voti. Il nostro vuole essere un'altra cosa: una rete di competenze. Tu entri, guardi chi c'è, scopri che c'è uno che fa il tuo stesso mestiere a duecento chilometri, o una che sa esattamente la cosa che a te manca per chiudere il progetto. Le collaborazioni non nascono dai convegni, nascono così: sapendo chi c'è.</p>
<h2>Un posto dove tornare</h2><p>Dentro l'area soci trovi i prossimi eventi, gli articoli, le comunicazioni della community, gli inviti ai canali. Le iscrizioni agli eventi passano da lì: il socio si iscrive, la partecipazione resta collegata al suo profilo, e certi eventi possiamo riservarli a chi è in regola con la quota.</p>
<p>Stiamo pure mettendo su una newsletter, resta sintonizzato dal tuo profilo.</p>
<p>L'idea è che l'area soci non sia l'ufficio anagrafe dell'associazione ma un posto dove torni, perché tra un evento e l'altro la community continua a esistere.</p>
<h2>Noi siamo convinti.</h2><p>Il manifesto dice che il problema della Sicilia non è la mancanza di competenze, è l'invisibilità. Vogliamo che il nostro modo di fare Faidda sia già una dimostrazione: si possono fare le cose fatte bene, da qui, con strumenti che usiamo tutti i giorni.</p>
<p><strong>Benvenute Faidde digitali, pronti all’azione?</strong></p>
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                <author><![CDATA[Andrea Bondì]]></author>
                <pubDate>Tue, 25 Aug 2026 10:00:00 +0200</pubDate>
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                <title><![CDATA[MarinAI: al timone dell’intelligenza artificiale. L’incontro di Faidda Tech Lab alla Lega Navale di Palermo ]]></title>
                <link>https://faiddatechlab.com/blog/articoli/faidda-tech-lab-lega-navale-26</link>
                <description><![CDATA[<p>Il 6 agosto 2026, a Palermo, si è svolto MarinAI: al timone dell’intelligenza artificiale, un incontro ideato da Faidda Tech Lab, rete di professionisti del digitale in Sicilia. L’iniziativa è nata per creare occasioni di confronto sui temi dell’innovazione e rendere il mondo della tecnologia più accessibile anche a chi non opera direttamente nel settore. Ad ospitare l’incontro è stata la <strong>Lega Navale Italiana – Sezione Arenella</strong>, realtà impegnata nella promozione della cultura del mare e di tutto ciò che riguarda la sua conoscenza, tutela e fruizione.</p>
<figure class="post-content-media"><img src="https://faiddatechlab.com/storage/d18fc336-8389-44cf-9575-be06a97f5b4b.jpg" alt="Matteo Fici a fianco del presidente della Lega Navale" loading="lazy" decoding="async" /><figcaption>Matteo Fici a fianco del presidente della Lega Navale</figcaption></figure><h2>Gli speaker e il tema di MarinAI</h2><p>A intervenire sul palco sono stati <strong>Matteo Fici</strong>, fisico, founder e tesoriere di Assoprovider; <strong>Andrea Bondì</strong>, lead software engineer con dieci anni di esperienza nello sviluppo e nelle architetture software; <strong>Luciano La Monica</strong>, imprenditore e nomade digitale; e <strong>Giorgio Di Cristofalo</strong>, sviluppatore per IDS Airnav.</p>
<figure class="post-content-media"><img src="https://faiddatechlab.com/storage/3de5342b-1db0-4c95-8e75-e0c8dcea5194.jpg" alt="Da destra: Giorgio Di Cristofalo, Luciano La Monica, Andrea Bondì" loading="lazy" decoding="async" /><figcaption>Da destra: Giorgio Di Cristofalo, Luciano La Monica, Andrea Bondì</figcaption></figure><p>Il dibattito ha preso le mosse da un tema concreto e vicino al territorio: <strong>come si vive il mare oggi, lungo la costa palermitana, e quale ruolo può avere la tecnologia nel trasformare il nostro rapporto con esso?</strong></p>
<p>Da qui il confronto si è allargato all’intelligenza artificiale, affrontata non soltanto come fenomeno tecnologico, ma attraverso le sue applicazioni e il rapporto con l’intelligenza umana. In dialogo con il pubblico, i relatori hanno affrontato dubbi e perplessità legati alla diffusione dell’AI, sottolineando al tempo stesso le opportunità e le potenzialità che offre se utilizzata come strumento al servizio delle persone.
Uno sguardo particolare è stato rivolto al mondo della navigazione e alle possibilità offerte dall’integrazione tra competenze umane, dati e nuove tecnologie: un modo per partire dal mare, elemento centrale per Palermo e per la Sicilia, e arrivare a interrogarsi sui cambiamenti che l’intelligenza artificiale sta già introducendo nella vita quotidiana e professionale.</p>
<figure class="post-content-media"><img src="https://faiddatechlab.com/storage/547f45ca-dbce-4300-bfad-c4c17e41dccb.jpg" alt="Il forum alla lega navale" loading="lazy" decoding="async" /><figcaption>Il forum alla lega navale</figcaption></figure><h2>Il lavoro di Faidda Tech Lab</h2><p>MarinAI è uno degli incontri promossi da <strong>Faidda Tech Lab</strong> con un duplice obiettivo: mettere in relazione professionisti, sviluppatori, imprenditori e persone che lavorano nel mondo dell’innovazione in Sicilia e, allo stesso tempo, aprire il confronto a un pubblico più ampio. L’idea è rendere concetti come intelligenza artificiale, innovazione e cultura tech più comprensibili e vicini, portandoli fuori dagli ambienti strettamente specialistici e creando occasioni di dialogo sul territorio.
Accanto all’attività di divulgazione e alla creazione di occasioni di incontro, Faidda Tech Lab vuole inoltre contribuire a mettere in risalto il valore economico e sociale del comparto ICT siciliano, evidenziandone il ruolo come uno dei pilastri dell’imprenditoria e dell’economia dell’Isola. Un settore fatto di imprese, professionisti, competenze e innovazione, che contribuisce alla crescita del territorio e rappresenta un’importante opportunità per lo sviluppo di un ecosistema imprenditoriale siciliano sempre più competitivo.</p>
]]></description>
                <author><![CDATA[Giulia Fici]]></author>
                <pubDate>Tue, 18 Aug 2026 10:00:00 +0200</pubDate>
                            </item>
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