Vorrei cominciare dicendo che non sono patriottico ma come ogni siciliano c'è qualcosa che mi lega a questa terra, una corda invisibile che, nonostante i difetti evidenti, mi fa vedere solo i pregi di restare qui; questo qualcosa quando lo metti nell'ottica del lavoro digitale che ha fatto tornare diverse persone a casa prende un nome altisonante come south working o telelavoro.

È un regalo che ci ha lasciato la pandemia, la consapevolezza che se comunque lavoriamo da dietro uno schermo possiamo farlo da qualsiasi parte del mondo. E adesso diamo anche la cosa per scontata, io in primis. Ho rifiutato diverse proposte di lavoro per averne una che mi permettesse di rimanere qui, dove di cavi ne abbiamo a bizzeffe e non solo figurativi ma fisici e che ci permettono di essere uno dei posti migliori al mondo per lavorare.

Ma non fidatevi delle parole di un ragazzo che si lamenta di dove abita per poi combattere per restare, fidatevi dei dati che mostrano come la Sicilia sia una delle terre più connesse al mondo, un luogo che, nonostante il passare del tempo, rimane luogo di scambio e crocevia di ricchezze. Qualche anno fa erano spezie, stoffe e materiali esotici, oggi sono dati. L'oggetto cambia, il luogo e l'importanza no.

Connessioni da Mazara del Vallo verso i paesi del Nord Africa e Medio Oriente. Fonte: submarinecablemap
Connessioni da Mazara del Vallo verso i paesi del Nord Africa e Medio Oriente. Fonte: submarinecablemap

I cavi che non vediamo ma che ci connettono

Sto parlando delle dorsali in fibra ottica che dalla Sicilia collegano l'Europa con il mondo: siamo la realtà che più di tutte connette posti remoti come Medio Oriente, Nord Africa, Asia e molti altri luoghi. Connettiamo il mondo e neanche lo sappiamo.

In Sicilia sono presenti 5 hub distribuiti nelle coste: Palermo, Catania, Mazara del Vallo, Pozzallo e Trapani; sono loro i porti moderni che fanno transitare decine di Terabit al secondo dall'Europa verso mezzo mondo. Ospitiamo più di 20 connessioni sottomarine e 16 di queste viaggiano verso porti internazionali.

Un confronto dovuto è con il resto dell'Italia peninsulare e la Sardegna che insieme contano una decina di connessioni e tutte di brevi tratte, nulla di rilevante.

Questa condizione ci pone in un vantaggio assoluto: ogni snodo, ogni punto di connessione tra te e la tua destinazione equivale a latenza, una sconosciuta per molti ma un'avversaria per tanti. Pensate a chi fa trading su piattaforme internazionali o gioca online su server che non stanno a Francoforte ma a Dubai o al Cairo: per un utente a Milano quei pacchetti devono prima scendere lungo tutta la penisola, mentre per chi sta qui sono già praticamente in mare aperto. In una terra abituata a contare le distanze come un limite, l'infrastruttura di rete ha deciso di azzerarle verso mezzo mondo.

Il mondo non vuole attendere i caricamenti

E non pensate che la latenza sia solo un fattore utile per le corse ai click, è molto di più: ricerche fatte da Google dimostrano come il tempo di caricamento influenzi tantissimo il comportamento di un utente comune online, parliamo anche di milioni persi per ogni millisecondo di ritardo. E non dimentichiamo l'avvento dell'IA. È l'elefante nella stanza ormai: tutti parlano di IA ma nessuno pensa a come queste informazioni transitano nella rete. Quando chiediamo qualcosa a un modello linguistico, ormai ci aspettiamo una risposta istantanea ma questa risposta dovrà viaggiare dai server che computano le risposte al vostro dispositivo, attraversando diverse centinaia di chilometri di cavi. Anche in questo caso la velocità percepita fa la differenza, forse più della risposta stessa. Viviamo veloci, non vogliamo aspettare per una risposta. E questo ci riporta a questa spina dorsale che attraversa il pianeta: una risposta di un modello (tempo al primo token) varia da 50 a 500 ms; a questa però bisogna sommare anche le latenze di rete: bastano pochi millisecondi persi a ogni singolo snodo per ritrovarsi, salto dopo salto e soprattutto nei momenti di picco, con un ritardo complessivo che raddoppia o triplica l'attesa.

Pensate a cosa succede quando usiamo una VPN aziendale per collegarci a filiali o risorse distribuite tra il Mediterraneo, il Medio Oriente o l'Asia. Se il tunnel parte o viene instradato tramite nodi a Milano o Francoforte per poi dover raggiungere destinazioni a sud, stiamo costringendo i nostri pacchetti a un assurdo viaggio di andata e ritorno lungo mezza Europa prima ancora di toccare il mare. Da Mazara del Vallo o da Palermo, invece, il traffico entra direttamente nella dorsale sottomarina più vicina: niente giri a vuoto sulla rete terrestre continentale, meno congestione e una latenza che si dimezza solo perché siamo partiti dalla banchina giusta.

La Sicilia c'è e vuole darci nuove opportunità

Tutto questo ci pone in una condizione di vantaggio che ancora non è stata sfruttata appieno, un'occasione di fare la differenza e di sentire la differenza.

Le occasioni che oggi abbiamo davanti non si fermano al semplice south working o a chi come me si diverte a farsi l'homelab casalingo. Se i dati del Mediterraneo passano da qui, il passo naturale è iniziare a far girare qui anche il calcolo: ospitare cluster di inferenza per l'IA ed edge computing direttamente vicino alle Cable Landing Stations, invece di rimandare tutto indietro ai server farm di Dublino. Realtà come PMO 01 (ex Open Hub Med) a Carini hanno già dimostrato che la Sicilia può essere un polo neutrale di livello europeo, e chissà cosa ci riserva il futuro.

Alla fine siamo tanto connessi alla Sicilia ovunque ci troviamo quanto la Sicilia è connessa a noi.