Agosto è appena finito. Quest'anno, per la prima volta da parecchio, l'ho passato quasi tutto al paesello, o quantomeno in Sicilia. Nei miei anni dell'adolescenza il mese era pieno: gente da vedere, serate, cose da fare, mangiate di melone. Stavolta mi sono goduto quella che ormai è diventata la versione ridotta di tutto questo, una settimana scarsa, e poi il silenzio.

Non è che al paese non ci sia niente. Ci si prova: c'è chi tiene aperto il bar, chi organizza l'evento, chi ha deciso di aprire un'attività. Solo che le persone si sono assottigliate, e con loro il giro. Vale per il mio paese e vale, con proporzioni diverse, per buona parte dell'isola e del sud. Non si è fermato tutto. È che ogni anno il perimetro si stringe un po'.

Agosto è il periodo in cui l'Italia intera va in modalità risparmio energetico, è risaputo. Dopo un anno di lavoro, che tu faccia il postino, l'operaio o il consulente informatico, ti spettano i tuoi quindici, venti, trenta giorni di ferie, esagerando. E quei giorni sono tutto quello che hai: ci devi far stare il riposo, il mare, i genitori che invecchiano, le cose rimandate. Se vivi a mille chilometri da casa, "tornare" è una voce di quella lista, non l'unica.

Ed è qui che voglio partire con qualche riflessione. La maggior parte dei miei amici che sono andati via da qui quei giorni non li può spendere tutti per tornare. Tornano una settimana, forse, incastrandola tra due giorni di mare, la famiglia e gli amici, per chi ne ha ancora qui.

Così, negli anni, si è consolidata una specie di diaspora a intermittenza. La chiamo così perché non è un ritorno vero: è una presenza a singhiozzo, agganciata al calendario. La molla è quasi sempre una data comandata, Natale, Pasqua, il santo patrono o l'Opuntia Ficus Indica Fest, ma il punto non è la festività. Il punto è che quello è l'unico momento in cui il gruppo si ricompone: per una settimana circa il paese torna pieno di vita e di saluti, ci sono di nuovo tutti, quelli di Como, di Agordo, di Roma, Milano, anche i classici cugini "tedeschi" o "americani", figli delle vecchie generazioni di emigrati (se hanno ancora legami qui). Poi si svuota di colpo.

"Non è una novità", mi si dirà. E infatti non lo è. Il superpotere del siciliano è avere un cugino, uno zio o un parente acquisito in ogni provincia d'Italia e in mezzo mondo. Tra il 1876 e il 1925 se ne andarono un milione e seicentomila, quasi tutti oltreoceano, e nel solo 1913 partirono in centoquarantaseimila in dodici mesi. Poi negli anni Sessanta è ricominciato, altra rotta: tra il 1961 e il 1971 seicentomila siciliani hanno preso la strada di Francia, Germania, Belgio e Svizzera.

Quindi sì, da qui si è sempre partiti. Quello che è cambiato è chi parte. Una volta se ne andava chi non aveva niente, con la valigia di cartone, pronto a spaccarsi la schiena ovunque. Oggi se ne va soprattutto chi ha studiato.

Quelli che sono partiti hanno studiato

Ad agosto, una sera, ci siamo trovati per una grigliata. Il gruppo è quello di sempre, quello delle scuole. Se fai il giro del tavolo e chiedi chi fa cosa, viene fuori una lista che vent'anni fa da queste parti non avresti sentito: un paio di sviluppatori, un'ingegnera, una psicologa, una serie di persone nella consulenza magari con un contratto quadro dietro, una che fa ricerca all'università, uno in una multinazionale. C'è pure chi ha il posto fisso, quello considerato sacro, la garanzia. Lo ha trovato a Belluno in Veneto.

La cosa che si sente a quel tavolo, senza che nessuno la dica, è che non ci vive quasi nessuno. Chi è rimasto si conta sulle dita. Gli altri sono venuti appositamente e fra tre giorni ripartono. Non se ne sono andati con rabbia, e quasi tutti dicono "torno appena si può", e ci credono. Ma nel loro campo, qui, non avevano trovato praticamente niente. Non è un'impressione mia: ad esempio, in un team con cui ho lavorato a Milano eravamo in dieci, otto del Sud, sei siciliani. Il lavoro, però, lo facevamo lì o da remoto ma con molte limitazioni.

E i numeri lo dicono chiaro. Tra il 2019 e il 2024 il Mezzogiorno ha perso 132mila giovani laureati tra i 25 e i 34 anni: 107mila trasferiti al Centro-Nord, 25mila all'estero. Non è un flusso di disperati, è gente con un "Signor. Titolo di Studio" in tasca che si sposta dove quel titolo vale qualcosa.

Se analizziamo i più giovani ci accorgiamo che non si aspetta più la laurea, si sceglie naturalmente l'ateneo fuori a diciannove anni. Fare un pezzo di strada lontano da casa è una cosa sana, ci mancherebbe, tutti dovrebbero farlo. Il problema è quando la ragione non è "voglio vedere com'è altrove" ma "qui non c'è niente per me". Quando un giovane laureando ha la possibilità di interfacciarsi con grosse realtà perché sono sul suo territorio, è naturale che ci siano più strade aperte. Nell'anno accademico 2024-25 quasi 70mila studenti meridionali su circa 521mila erano iscritti in atenei del Centro-Nord, e nelle materie scientifiche era uno su cinque. Campania e Sicilia insieme fanno quasi metà di quel movimento.

Un movimento in parte inverso c'è: gli immatricolati del Sud che scelgono il Nord sono passati da 24mila a 17mila in tre anni. Come lo leggi dipende da cosa lo ha causato, e le due spiegazioni opposte, "gli atenei del Sud stanno tornando attrattivi" e "ci sono semplicemente meno diciannovenni", pesano entrambe. Quello che resta solido è che chi parte per studiare a Milano a diciannove anni, a trenta raramente torna a cercare lavoro qui.

Il cugino ovunque, per i nostri nonni, era il segno di una terra che non dava da mangiare a tutti. Oggi quel cugino ha un dottorato, un buono stipendio e un ruolo che in Sicilia nessuno gli avrebbe potuto offrire. È la stessa emigrazione, con un vestito migliore.

Non è che non facciamo figli

A questo punto di solito arriva l'obiezione comoda, quella che serve a chiudere il discorso: eh, ma il Sud invecchia, non nascono più bambini, è la demografia, che ci vuoi fare.

Peccato che non regga. Nel 2024 la Sicilia è stata la seconda regione italiana per numero medio di figli per donna, 1,27, dietro solo al Trentino-Alto Adige, con una media nazionale ferma a 1,18, il valore più basso mai registrato in Italia. In Sicilia i figli si fanno, più che quasi ovunque nel Paese.

Il problema non è a monte, è a valle. Nascono, crescono, si formano, e poi a venticinque anni prendono un treno. È un problema di lavoro vestito da problema di culle. E la differenza conta, perché la natalità non la sistemi con una legge in cinque anni. Il lavoro invece sì, se qualcuno decide di occuparsene.

Le opportunità non mancano, soprattutto nel mondo tech

Il fatto è che quel lavoro esiste, eccome. All'Italia mancano 236mila professionisti ICT solo per arrivare alla media europea, ed entra sul mercato circa un professionista ogni due posizioni aperte. Per i laureati in ingegneria elettronica e dell'informazione la difficoltà di reperimento supera il 70%, per gli ingegneri dell'informazione l'80: le aziende li cercano e non li trovano, non perché siano preparati male, perché sono pochi.

Analizzando ci si accorge che le aziende che li assumono stanno quasi tutte al Nord. Nel biennio 2023-24 quasi un terzo di chi ha lasciato la Sicilia per il Centro-Nord è finito in Lombardia: una regione sola si è presa il 30,8% delle partenze siciliane. Non è che i miei amici volessero pagare un monolocale allo stesso prezzo di una villa sul mare. È che lì, il lavoro che sanno fare qualcuno lo paga (non sempre quanto varrebbe, ma quello è un altro discorso).

E allora, resto o vado?

Io questa domanda me la sono fatta un sacco di volte. Sono partito e tornato più volte di quante ne ricordi, e a un certo punto ho smesso di volerle dare una risposta secca. "Resto o vado" suppone due posti, due bandiere, bianco o nero, e il mondo non funziona così. Si può vivere qui e lavorare per Berlino. Si può stare sei mesi fuori e sei mesi al paese. Ci si può andare a venticinque anni e tornare a quaranta con dieci anni di mestiere addosso. Le esperienze fuori, quando le fai, ti restano tutte, anche quelle storte.

Ma perché quella domanda sia davvero mal posta, e non solo un modo elegante per dire "vado", serve che restare, o tornare, non ti costi il lavoro che sai fare. E lì servono tre cose, nessuna sufficiente da sola.

La prima: tenere chi in Sicilia ci vive ma lavora da remoto per aziende di fuori. Da fine giugno 2026 la Regione ha aperto l'incentivo South Working, 30mila euro in cinque anni per ogni assunto a tempo indeterminato che risiede in Sicilia e lavora quasi sempre da remoto per un'azienda con sede altrove. È un inizio, tiene qui reddito e competenze. Però, letto bene, premia solo chi lavora per fuori: sposta il posto in cui apri il portatile, non fa nascere un'azienda in più sull'isola.

La seconda, quella che pesa: che le aziende, qui, si costruiscano, o quantomeno vengano. Non è fantascienza. A Catania STMicroelectronics produce semiconduttori da oltre sessant'anni, ha circa 5.400 dipendenti sull'isola, oltre il 40% laureati, e sta costruendo un impianto nuovo da cinque miliardi: è il cuore di quella che chiamano Etna Valley. Non è una favola, il settore è ciclico e ogni due o tre anni tornano cassa integrazione e tensioni sindacali, ma l'ancora c'è. Poi ci sono i singoli: Redis, uno dei database che fanno girare mezzo internet, l'ha scritto Salvatore Sanfilippo, di Campobello di Licata, senza mai trasferirsi, prima da Palermo e ora da Catania. E ci sono le aziende di fuori che invece di far partire i siciliani aprono un ufficio qui: nel 2024 Sisal ha inaugurato a Palermo un hub informatico che ha già assunto una trentina di persone. Il mercato digitale siciliano vale circa 2,6 miliardi l'anno e sull'isola ci sono tra i 50 e i 60mila specialisti ICT. Il problema non è che non esistono, è che sono sparsi e lavorano quasi tutti per qualcun altro.

La terza è la più banale e la più ignorata: un posto dove chi resta si trova. Non una serata, una rete che sta in piedi tutto l'anno. Per un sacco di tempo in Sicilia non c'è stata. Faidda Tech Lab nasce per questo: mettere nella stessa stanza sviluppatori, imprese, università e chi in Sicilia ci vuole lavorare, e togliere quella domanda dalla testa del singolo che se la rumina da solo mentre torna a casa in macchina.

La differenza tra un posto che si svuota e uno che tiene

Credo che la differenza tra un posto che si svuota e uno che tiene non si misuri solo in nascite. Si misura in quante volte, alla domanda "resto o vado", qualcuno può rispondere senza doverci rimettere il mestiere. Se la risposta obbligata è sempre "vado", il posto si svuota. Se ogni tanto può essere "resto", o "torno", il posto tiene.

Ad agosto prossimo gli aerei ripartiranno di nuovo, e va bene, va benissimo: nessuno vuole un'isola in cui si resta per forza. Andare a vedere com'è il mondo è sano, una delle cose più belle che sto facendo grazie soprattutto al mio lavoro, non c'è niente di male a farlo, anzi. Il punto è un altro: che sia una scelta, non l'unica uscita. E che a qualcuno di quelli che sono già partiti, la prossima estate, venga voglia di fermarsi un giorno in più.

Quel giorno in più, però, non si regala da solo. Lo mette insieme chi decide di provarci: l'assessore che fa uscire il bando per davvero, l'azienda che apre un ufficio invece di un annuncio, il manager che porta il team a Catania e non a Milano, il dipendente e il freelance che scelgono di lavorare da qui e lo raccontano in giro, chiunque pensi che si possa fare e cominci dal suo pezzetto. Battiato, catanese, in "Povera patria" ripeteva "non cambierà, non cambierà", e poi si correggeva da solo: "sì che cambierà, vedrai che cambierà". Non è ottimismo, è una decisione. Vale anche per un'isola che si svuota.